martedì 19 novembre 2013

PILLOLE DAL PASSATO : JUAN AGUILERA



Particolare la storia di questo giocatore di Barcellona, classe 1962, emerso all'improvviso, sparito, tornato a galla e quindi sparito definitivamente. Diventato campione spagnolo juniores nel 1980, l’anno dopo decise di diventare professionista. Dopo un paio di anni di “riscaldamento”, nel 1983 iniziò a raccogliere i primi risultati di rilevo, sulla prediletta terra rossa, prima in alcuni challenger italiani e poi nei tornei su terra verde-grigia americana, fino alla sua prima finale ATP, persa a Bordeaux con il peruviano Pablo Arraya, che lo portò fra i primi 70 del mondo. L’anno seguente, il 1984, fu quello dell’esplosione: dopo un buon inizio, ad aprile trovò un paio di settimane magiche nelle quali vinse il primo titolo ATP ad Aix-en-Provence (sul connazionale Fernando Luna) e si ripeté addirittura nell'importantissimo torneo di Amburgo, infilando uno dopo l’altro Vilas, Noah e l’allora fortissimo Sundstrom; il rendimento crebbe ancora e dopo alcuni buoni risultati nei tornei americani su terra, Aguilera si arrampicò sino al 7° posto del ranking mondiale. 
Ma pian piano emersero i limiti del suo tennis di regolarità, classico ed elegante, ma a tratti piuttosto leggero, e le sue debolezze caratteriali. Anziché le necessarie conferme arrivarono delusioni in serie: il 1984 finì in discesa e nel 1985 si susseguirono una serie di sconfitte con avversari per lui non impossibili (Ganzabal, Oresar, Ingaramo, Gunnarsson, Antonitsch) La semifinale a Ginevra ed i quarti a Boston lo tennero a malapena fra i primi 100, ma ancora per poco. Il 1986 fu un anno disastroso: una serie infinita di sconfitte al primo turno, spesso con avversari troppo forti (Lendl, Edberg, Nystrom, Becker, K.Carlsson) ma anche con giocatori ampiamente alla sua portata (Wostenholme, Maciel, Stenlund, Vajda, Armellini), ne minò la fiducia facendolo precipitare fuori dai primi 200. Gli anni seguenti si arrabattò come poté in challenger e qualificazioni di tornei minori, senza raccogliere granché, sino a quando nel marzo del 1989, a sorpresa, tornò a far parlare di sé, vincendo il torneo ATP di Bari (su Marian Vajda, attuale coach di Djokovic) e giocando alcuni altri buoni tornei (anche un'altra finale ATP, a Saint Vincent, persa con l'argentino Davin): ritrovò un po’ di fiducia e, grazie anche a vittorie su giocatori di rilievo come Mecir, Ivanisevic e Mancini rientrò fra i primi 60 del mondo. Ma la vera “resurrezione” arrivò l’anno dopo: una stagione sulla terra di altissimo profilo lo riportò a ridosso dei primi dieci. Questi i risultati: semifinale a Estoril, successo nell’ATP di Nizza (battendo Hlasek, Rosset e Forget), quarti a Montecarlo (sconfisse Buguera ed Edberg, prima di cedere a Muster) e soprattutto un nuovo trionfo al Master Series di Amburgo (infilò uno dopo l’altro niente di meno che Ivanisevic, Chang, Courier, Gustafsson, Forget ed in finale polverizzò Boris Becker, dandogli una lezione di tennis su terra, col punteggio di 6-1 6-0 7-6). Superò anche due turni e Wimbledon e giocò altre due finali ATP, ancora in Italia, a Sanremo (perse con Arrese) e Palermo (perse con Davin), chiudendo l’anno ampiamente fra i primi 20 del mondo! L’anno dopo però, una nuova crisi di risultati, anche causata da gravi problemi fisici, lo fece nuovamente precipitare nel ranking, sino alla decisione drastica, a fine stagione, di abbandonare il mondo del tennis a soli 29 anni.



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