Il
nigeriano d'America Nduka Odizor è stato uno dei personaggi più
interessanti attivi nel circuito ATP nel corso degli anni '80. Nato
in Nigeria, si trasferì a Houston all'età di 15 anni, città dove
svolse gli studi universitari (partecipò anche ai Campionati
Universitari NCAA) e dove tuttora risiede. Classe 1958, ottenne i
primi risultati di rilievo nel 1982, vincendo i challenger di Tokyo e
Thessaloniki (contro Ocleppo, da cui perse invece la finale di Benin
City) ed andando in semifinale a Newport. Migliore annata fu il 1983,
con il best ranking (n°52) e l'unico titolo ATP in carriera, a Taipei
(su Scott Davis); inoltre il successo nel challenger casalingo di
Benin City, la semifinale a Monterrey e l'eccellente quarto turno a
Wimbledon, dove superò anche Vilas e Fleming prima di perdere da
Chris Lewis. Negli anni a seguire si assestò fra i primi 100 del
mondo: ricordiamo il successo a Benin City 1984 ed a Lagos 1985
(quando arrivò anche al terzo turno agli US Open e in Australia,
giocando un bel match con McEnroe a Wimbledon). Successi in
challenger casalinghi nel 1986: Lagos 1, Lagos 2 e ancora Benin City.
Giocò sino al 1992, perdendo qualche posizione in classifica ed
ottenendo sporadici buoni risultati (quarti a Cincinnati '87,
successo nel challenger di Kuala Lumpur nel '90). Smise nel 1992:
vanta anche 7 titoli in doppio (prevalentemente con l'americano David Dowlen) e successi su Cash, Kriek, Vilas,
Hlasek, Taroczy, Forget, Pate, Rusedski ed un 15enne Michael Chang.

C'erano una volta le racchette in legno e le palle bianche, le polo bianche e i pantoloncini corti.. non c'erano una volta la musica ad alto volume al cambio di campo e l'occhio di falco. C'erano Pancho, Rod e Ken, Bjorn, John e Jimmy, Ivan, Stefan e Boris. E Stan Smith non era solo il nome di un modello di scarpe ......
domenica 1 dicembre 2013
PILLOLE DAL PASSATO : JOHN ALEXANDER
“Nato
il 4 luglio”, l'australiano John Alexander è molto popolare nel
nostro Paese. Si tratta di un tennista molto atletico ed elegante,
dotato di un ottimo servizio e di un eccellente gioco di serve &
volley. Classe 1951, appartenente alla “nidiata” immediatamente
successiva a quella dei grandi australiani, John è stato senza
dubbio un gradino sotto gli irraggiungibili Immortali, pur
costruendosi una carriera di elevatissimo profilo. Lo ricordiamo in
particolare protagonista della finale di Coppa Davis persa
dall'Italia a Sydney (sua città d'origine) nel 1977, quando
sconfisse Barazzutti e, in un match incredibile ed indimenticabile
(raccontato tempo fa, nel dettaglio, su questa pagina), anche Adriano
Panatta. In Coppa Davis è ricordato come il più giovane giocatore
ad aver mai preso parte ad un Challenge Round: accadde nel 1968,
quando in coppia con Ray Ruffels perse il doppio contro Stan Smith e
Bob Lutz nella sfortunata sfida di Adelaide contro gli USA.
Protagonista di una eccellente attività a livello juniores, lo
ricordiamo vincitore del torneo di Wimbledon nel 1968 (sul francese
Jacques Thamin) e finalista l'anno dopo (superato da Byron Bertram),
oltre che vincitore di due edizioni consecutive del Trofeo Bonfiglio
(1969 e 1970) e degli Australian Open (1970). Già nel 1968 iniziò a
disimpegnarsi ottimamente nel circuito mondiale: lo ricordiamo in finale al
popolare torneo rumeno di Mamaia (sconfitto da Nastase) e
semifinalista a Napoli. Giocatore poliedrico, assolutamente a suo
agio su tutte le superfici, Alexander riuscì a spingersi sino
all'ottavo posto mondiale ed vincere 7 titoli ATP su ben 21 finali
disputate: Forth Worth WCT e Tucson 1975 (su Nastase e Stockton),
North Conway 1977 (su Orantes), Louisville 1979 (su Terry Moor), Sydney e
Bristol 1982 (su Fitzgerald e Mayotte) e Auckland 1983 (su Russell
Simpson). Da ricordare, che la sua carriera è stata pesantemente
condizionata da serissimi problemi alla schiena, che lo bloccarono
anche per lunghi periodi.
In carriera sconfisse tanti big: citiamo
solo i più importanti, Borg, McEnroe, le leggende australiane Laver,
Rosewall e Newcombe, Stan Smith, Ashe, Nastase e Vilas. E' ricordato
inoltre come una delle storiche “bestie nere” di Adriano Panatta
che, in effetti, contro di lui vinse solo il primo scontro diretto
(rimontando due set di svantaggio al Roland Garros del 1970) e perse
i successivi sei. Nei tornei dello Slam raggiunse tre volte la
semifinale agli Australian Open (nel 1974, battuto da Connors e nelle
due edizioni del 1977, superato da Vilas e Gerulaitis) e diverse
volte gli ottavi di finale in tutte le altre prove. In Coppa Davis,
dopo l'esordio nel 1968, ha giocato a più riprese sino al 1982,
collezionando 17 vittorie e 9 sconfitte in singolare e 10 vittorie e
5 sconfitte in doppio: fu avversario degli azzurri non solo nella
finale del 1977, ma anche l'anno prima quando nella semifinale di
Roma ci rese la vita molto difficile, sconfiggendo sia Panatta che
Barazzutti.
Ottimo
doppista, non solo in Coppa Davis ma anche nei tornei, giocava
prevalentemente col connazionale e amico Phil Dent: ha all'attivo 28
titoli complessivi e due titoli Slam (su 6 finali) sempre in
Australia, nel 1975 con Dent e nel 1982 con l'altro connazionale John
Fitzgerald.
In
tempi recenti si è dedicato con buon successo all'attività
politica.
(disponiamo
di tante sue foto: ci piace particolarmente questa scattata durante
la finale del torneo di Palermo del 1982, quando perse dal boliviano
Mario Martinez).
PILLOLE DAL PASSATO : RAY MOORE
Personaggio
di grande spessore nella storia del tennis è senza dubbio il
sudafricano Ray Moore oggi affermato manager sportivo e tennistico in
particolare (insieme a Charlie Pasarell è una delle menti dietro il
Master 1000 di Indian Wells) e membro del Board dell'ATP, di cui fu
presidente dal 1983 al 1985. Oggi proviamo a ricordare il Moore
tennista, classe 1946, attivissimo nel corso degli anni '60 e '70,
famoso per le sue particolarissime acconciature ed anche per la sua
attività “politica” nel campo sportivo.
Iniziamo ad avere sue
notizie nel 1967 quando raggiunge la semifinale al torneo di
Philadelphia, i quarti a Johannesburg e Bournemouth e gli ottavi a
Forest Hills. Importante annata è il 1968 con il successo a Dallas
(su Allan Stone), le semifinali a Johannesburg e Port Elisabeth ed il
miglior risultato della carriera a Wimbledon, i quarti di finale
(dove fu battuto da Graebner). Il più importante successo in
carriera lo ottiene nel 1969 vincendo l'Open di Germania a Berlino
(su Cliff Drysdale); in quell'anno arriva anche in finale ad
Auckland. Gli anni seguenti sono caratterizzati da un'attività
agonistica intensissima (giocava, salvo eccezioni, circa 30/35 tornei
l'anno), premiata con un best ranking di numero 34: ricordiamo le
semifinali a San Francisco e Cleveland nel 1973, a Parigi indoor
nel 1975, Auckland, Las Vegas e Washington 1976. Ottima annata il
1977 con le due finali ATP di Düsseldorf e Stoccolma (perse
rispettivamente con Fibak e Sandy Mayer), le semifinali di Birmingham
e South Orange ed i quarti agli US Open (dove raccoglie solo due game
in tre set col futuro campione Guillermo Vilas). Va avanti qualche
altro anno, facendo registrare solo qualche sporadico piazzamento e
lasciando l'attività nel 1983. Contiamo anche 8 successi nel
doppio, ottenuti con differenti compagni.
Da
ricordare inoltre la sua partecipazione all'anomalo successo in Coppa
Davis del Sudafrica nel 1974, quando alcune nazioni evitarono di
giocare contro di loro per protesta verso l'apartheid. L'India non si
presentò alla finale e l'ultimo match effettivamente giocato e vinto
dai sudafricani fu quello contro l'Italia (Moore sconfisse,
abbastanza a sorpresa, Adriano Panatta). Nutrito l'elenco delle
vittime illustri di Moore: due volte Borg, Laver, Smith (di cui Ray
era l'autentica bestia nera), Emerson, Santana, Gimeno, Pancho
Gonzales, Ashe, Roche, Orantes, Vilas, Gerulaitis, Stolle, Tanner,
Kodes, Drysdale e Taylor.
PILLOLE DAL PASSATO : PAUL McNAMEE
Abbiamo
tante volte ricordato l'australiano Paul McNamee, nostro avversario
in alcuni match di Coppa Davis e fortissimo doppista in coppia col
connazionale Peter McNamara. Se il suo valore in questa specialità,
che gli ha fruttato 4 titoli Slam (due a Wimbledon, 1980 e 1982 e due
in Australia, 1979 e 1983), 24 titoli totali ed il primo post nel
ranking mondiale, è piuttosto noto, oggi vogliamo ricordare la sua
attività come singolarista. Si trattava di un giocatore dotato di un
efficace gioco da fondo, basato su un solido rovescio bimane, ma con
la capacità di produrre un ottimo serve & volley: queste
caratteristiche lo rendevano piuttosto universale, capace di
adattarsi bene a tutte le superfici.
McNamee, classe 1954, iniziò ad
emergere in età abbastanza avanzata: solo nel 1979 entrò fra i
primi 100 del mondo. Fra i suoi risultati negli anni '70 menzioniamo
le semifinali a Bogota e Santiago nel 1978 e la vittoria nel
challenger di Guadalajara nel 1979. Ottima stagione fu il 1980,
quando si portò intorno al 30esimo posto mondiale: vinse il suo
primo titolo ATP a Palm Harbor (in finale su Stan Smith), andò in
finale a Palermo (sconfitto da Vilas....la foto risale proprio a quel
torneo), in semifinale a Rotterdam e Sydney, nei quarti agli
Australian Open e negli ottavi al Roland Garros. Negli anni seguenti
si mantenne con una certa costanza fra i primi 50 del mondo, salvo
qualche occasionale momento di calo: semifinale a Bristol e Taipei
nel 1981, ottimi risultati nel 1982 con il successo nel ricco WCT di
Baltimora (su Vilas), quello nel challenger di Bari, la semifinale
agli Australian Open (miglior risultato Slam in carriera), le
semifinali al WCT di Mexico City ed il quarto turno a Wimbledon (dove
batté Curren). Nel 1983 perse le finali di Houston (da Lendl) e
Brisbane (da Cash), andando in semifinale a South Orange, Sydney e
Adelaide. Dopo un paio di stagioni opache (ricordiamo una buona
semifinale al Queen's nel 1985), ebbe un eccellente annata nel 1986.
Grazie ad una buona continuità di rendimento (anche due finali,
entrambe sulla terra, a Nizza e Saint Vincent, superato da Emilio
Sanchez e Colombo) riuscì a conquistare, ormai 32enne, il suo best
ranking di n°24. Giocò ancora per qualche anno, abbandonando
l'attività agonistica nel 1988.
In Coppa Davis ha esordito nel corso
del match con l'Italia di Roma nel 1980 ed ha un record di 12
vittorie e 6 sconfitte in singolare e 7 vittorie e 5 sconfitte in
doppio: ha fatto parte del team australiano che ha vinto
l'insalatiera nel 1983 e 1986, entrambe le volte contro la Svezia.
Infine vanta vittorie su avversari come McEnroe (al Roland Garros
1980), Panatta, Noah, Smith, Gerulaitis, Barazzutti, Nastase, Curren,
Cash, Vilas, Arias, Leconte e Mayotte.
sabato 30 novembre 2013
CHI SI RICORDA DI.....JEFF BOROWIAK?
Uno
dei personaggi più atipici e particolari della storia del tennis è
stato senza dubbio l'americano di Berkeley Jeff Borowiak, di oirgine
polacca. Dopo un'eccellente attività a livello giovanile ed
universitario (vinse il prestigioso titolo individuale NCAA nel 1970
– oltre che quello a squadre con l'UCLA - e perse la finale
dell'Orange Bowl 1967 contro Mike Estep), Borowiak intraprese la
carriera professionistica, ottenendo dei risultati di tutto rispetto.
Classe 1949, già alla fine degli anni '60 lo ricordiamo protagonista
di una buona attività in California: si aggiudicò nel 1967 i
Northern California Championships (su Anderson) e nel 1969
l'importante Charlie Farrell Invitation di Palm Springs (su Leonard).
Nel 1971 arrivò al quarto turno a Wimbledon ed in finale al WCT di
Colonia, sconfitto da Lutz; nel 1972 perse da Richey la finale di
Bretton Woods. Ottima annata il 1974, impreziosita, fra l'altro, dai
primi due titoli ATP (a Oslo su Meiler ed Charlotte su Stockton) e
dalla finale al WCT di New Orleans (con Newcombe). Meno brillante,
anche se discreto, il rendimento nel 1975 (semifinali a Caracas e San
Francisco) e nel 1976 (finale a WCT di Atlanta, sconfitto da Nastase
dopo aver battuto Borg, semifinali a Lagos e Caracas). Miglior
stagione fu senza dubbio il 1977, con il best ranking ATP (n°20) e
ben tre successi: Dayton (su Mottram), Gstaad (su Caujolle) e
Montreal (su J.Filliol), oltre alle semifinali di Philadelphia,
Hampton e Parigi indoor. Negli anni seguenti il rendimento scese
invece notevolmente, così come il ranking ATP: gli appassionati
italiani lo ricordano vincitore a sorpresa su Adriano Panatta al
secondo turno del Roland Garros 1978.....per il resto ben pochi acuti
da segnalare, mentre Jeff arriva quasi a sfiorare il 200° posto
mondiale. Ritrova un buon tennis nel 1981 quando, ormai 32enne,
disputa le ultime due finali ATP, a Tampa (sconfitto da Purcell) ed a
Johannesbourg (battuto da Gerulaitis) e giunge al quarto turno a
Wimbledon. Gioca ancora sino alla metà degli anni '80 senza ottenere
altri risultati di rilievo. Da segnalare anche tre titoli di doppio,
fra cui quello di Bretton Woods 1974, vinto in coppia col grande Rod
Laver.
Borowiak
attualmente vive a Seattle in un modesto appartamento: là si dedica
al pianoforte (è un eccellente musicista, visto che suona anche il
flauto) ed alla meditazione buddhista. Solo occasionalmente tiene
qualche lezione di tennis, per arrotondare. Già quando giocava si
ricordano delle interviste nelle quali spiegava la sua filosofia ed
il modo di intendere la vita: il suo mentore e padre spirituale fu
l'ex-giocatore danese Torben Ulrich (del quale abbiamo già parlato,
certamente il personaggio più particolare che si sia mai visto in
giro nel circuito). Dopo un match giocato a Philadelphia e terminato
ben oltre l'una di notte davanti a soli sei spettatori, di cui uno
era il fuoriclasse della NBA Wilt Chamberlin, il 18enne Jeff fu come
folgorato dal quasi quarantenne Ulrich, che gli trasmise il suo modo
naif di interpretare la professione di tennista e la vita in genere.
Filosofia, musica, uso di sostanze “non convenzionali” entrarono
nella vita di Jeff che, in alcuni periodi, arrivò a girare l'Europa
in moto o con un pullmino, con le racchette tenute insieme da uno
spago. Ma nonostante tutto a tennis sapeva giocarci eccome, se è
vero che, oltre ai risultati sopra menzionati, in carriera ha battuto
due volte Borg, Newcombe, Connors, Smith, Ramirez, Gerulaitis, Gene e
Sandy Mayer, Gottfried, Solomon, Richey Metreveli, Okker,
Clerc...oltre ad un giovane Edberg ed a leggende del calibro di
Sedgman e Fraser!
CHI SI RICORDA DI....FRANCOIS JAUFFRET?
Si
è spesso indicato il francese Francois Jauffret come la “bestia
nera” di Adriano Panatta. Fermo restando che Adriano, nella sua
grande carriera, ha spesso perso da avversari a lui inferiori (e ben
meno dotati di Jauffret), la definizione ci è sempre parsa
eccessiva: infatti il saldo fra i due vede il francese avanti per
3-2, con le sue vittorie nei primi tre match (al Roland Garros nel
1970, quando Adriano era appena ventenne, ancora al Roland Garros in
Coppa Davis nel 1975, quando fummo inopinatamente sconfitti dalla
Francia ed infine nell'anno migliore di Panatta, il 1976, con la
sconfitta di Montecarlo) e quelle di Adriano in Coppa Davis a Roma
nel 1977 (a punteggio acquisito) ed a Bruxelles nel 1978.
Francois
Jauffret nacque a Bordeaux nel 1942 ed ebbe un'ottima carriera nel
corso degli anni '60 e '70: svolse la sua carriera pre-open da
amateur e successivamente raggiunse un best ranking ATP di n°20, a
ben 32 anni. Nel suo palmares ricordiamo due semifinali al Roland
Garros, nel 1966 sconfitto da Tony Roche e nel 1974 superato da
Manolo Orantes. Sempre a Parigi raggiunse i quarti nel 1970,
sconfitto da Georges Goven, e giocò nel 1976, a 34 anni, un match memorabile
e durissimo di quarto turno contro Bjorn Borg, perdendo per 10-8 al
quinto set e facendo indirettamente un favore proprio a Panatta, che
nel turno seguente battè Borg e andò a vincere il torneo.
Ricordiamo inoltre i successi a Saint-Maur e Rueil Malmaison nel 1967
(su Leclercq e Darmon), quelli di Estoril (su Wilson), Hossegor (su
Goven), Maiorca (su Velasco) e Le Toquet (su El Shafei) nel 1968. Il
titolo più importante della carriera lo colse però nel 1969 a
Buenos Aires quando sconfisse Kodes, Emerson ed in finale Franulovic.
Buonissimi piazzamenti negli anni successivi, quando si mantenne
sempre fra i Top 50: finale al torneo settembrino di Parigi (1971),
semifinale a Barcellona e Firenze (1973), finale a Monaco e
semifinale a Barcellona nel 1974, finale al Cairo e semifinale a
Dusseldorf (1975). Ottima stagione ancora nel 1976, che vide
Jauffret, 35enne, nuovamente fra i primi 30: menzioniamo le
semifinali a Montecarlo, Valencia, Bournemouth e Kitzbuhel. Ultimo
acuto nel 1977 quando vinse, a 36 anni, il Grand Prix del Cairo, in
finale sul tedesco Gebert. Continuò a giocare per qualche anno,
facendo l'ultima apparizione al suo amato Roland Garros nel 1980
(sconfitto da Warwick) e qualche altra comparsa in alcuni challenger
francesi.
In Coppa Davis vanta un bilancio di 34 vittorie e 17
sconfitte in singolare (sconfisse, fra gli altri, Panatta,
Barazzutti, Pilic, Gulyas, Kodes, Nastase e Tiriac) e 9 vittorie e 10
sconfitte in doppio. In carriera conta vittorie, oltre che i sui
giocatori citati, anche su avversari come Vilas, Solomon, Okker,
Orantes, Santana, Emerson e Gerulaitis.
CHI SI RICORDA DI....ANDREW PATTISON?
Un
giocatore di notevole qualità, attivo principalmente negli anni '70
fu Andrew Pattison. Nato in Sudafrica, giocò sotto la bandiera della
Rhodesia (oggi chiamata Zimbabwe) e in epoche successive acquisì la
cittadinanza americana. Pattison era giocatore piuttosto estroso,
appartenente alla categoria delle “mine vaganti”, ossia di quei
giocatori capaci, nelle giornate di vena, di creare problemi anche ai
campionissimi.
Classe 1949, iniziò a giocare sul circuito mondiale
alla fine degli anni '60 e colse il primo risultato interessante
giungendo in semifinale al vecchio torneo sudafricano di Port
Elizabeth. Il 1972 fu il primo anno in cui si espresse con
continuità: ricordiamo soprattutto le tre finali raggiunte nel
circuito Grand Prix a Montreal (sconfitto da Nastase), Tanglewood
(sconfitto da Bob Hewitt) e Columbus (superato da Connors). Stagione
appena discreta fu il 1973 (quarti a Barcellona e Johannesbourg,
ottavi agli US Open, dove eliminò il n°1 del mondo Ilie Nastase),
con il neonato ranking ATP che lo collocava a ridosso dei Top 50. Il
1974 fu senza ombra di dubbio il suo anno migliore: infilando le due
settimane “della vita” Pattison colse due successi consecutivi di
enorme prestigio, aggiudicandosi il torneo di Montecarlo (su Nastase)
ed il WCT di Johannesbourg (su Alexander). In quell'anno anche una
finale a Vienna (superato da Gerulaitis) e le semifinali a Los
Angeles, oltre al best ranking di n°24. Negli anni seguenti si
mantenne, salvo qualche momento opaco, fra i primi 50 del mondo: nel
1975 giunse in semifinale a Orlando, Charlotte e Chicago e nei quarti
agli US Open (suo miglior risultato in uno Slam). Nel 1976 fu
finalista a Columbus e Dayton, battuto rispettivamente da Ashe e
Jaime Filliol e semifinalista al WCT di San Paolo. Nel 1977, stagione
piuttosto negativa, vinse però il Grand prix americano di Laguna
Niguel (su Dibley) e fu semifinalista a Newport. Nel 1979 riemerse
dopo un 1978 da dimenticare, vincendo il suo quarto ed ultimo titolo,
di nuovo a Johannesbourg (su Pecci), andando in semifinale a
Baltimora e conquistando numerosi quarti di finale, così tornando
fra i Top 50. Ultima stagione interessante fu il 1980, con l'ultima
finale (persa a Newport con Vijay Amritraj) e alcuni buoni
piazzamenti.
Progressivamente il suo rendimento calò, sino al ritiro
avvenuto nel 1983. In carriera vanta anche 7 vittorie e 12 finali nel
doppio, con differenti compagni, e vittorie, fra gli altri, su Borg,
Lendl, Smith, Nastase, Drysdale, Ramirez, Roche, Gerulaitis, Hewitt e
Adriano Panatta. La foto è stata scattata prorio in occasione del
match vinto contro Adriano, a Johannesbourg nel 1975.
PILLOLE DAL PASSATO : WENDY TURNBULL
L'australiana
di Brisbane Wendy Turnbull fu una delle giocatrici più brillanti nel
corso degli anni '70/80, alle spalle delle grandissime Chris Evert e
Martina Navratilova. Classe 1952, Wendy è ricordata col soprannome
di “Rabbit”, per via della sua grande velocità in campo. Era una
giocatrice piacevole, dotata di un buon tennis d'attacco, secondo i
dettami della vecchia scuola australiana: fu capace di raggiungere un
best ranking WTA di n°3 e di giocare tre finali in tornei del Grande
Slam. Agli US Open del 1977 ed al Roland Garros del 1979 si dovette
inchinare a Chris Evert, mentre agli Australian Open del 1980 si
arrese ad Hana Mandlikova. Ha però vinto due titoli di doppio a
Wimbledon (1978 e 1979 con Melville Reid e Stove) e due agli US Open
(1979 e 1982 con Stove e Casals), oltre ad altre 11 finali e 6 titoli
di doppio misto.
In carriera ha disputato 31 finali in tornei WTA,
chiudendo con un saldo di 11 vittorie e 20 sconfitte: vinse a
Kitzbuhel e Tokyo 1976 (su Ruzici e Gurdal), Detroit e Philadelphia
1979 (su Ruzici e Wade), Hong Kong e Sydney1980 (su Louie e Shriver),
ancora Hong Kong 1981 (sulla nostra Simmonds), Brisbane e Richmond
1982 (su Shriver e Austin) e Boston 1983 (sulla Hanika). Da ricordare
che nel 1979 fu finalista al Roland Garros in tutti e tre gli eventi:
se è vero che perse nel singolare con la Evert, vinse però il
doppio con la Stove ed il misto con Bob Hewitt. Nel doppio vanta
inoltre una cinquantina di vittorie ed anche la medaglia di bronzo
conquistata alle Olimpiadi di Seoul del 1988, in coppia con la
Smylie. A testimonianza della sua popolarità, ricordiamo che a
Sandgate, area suburbana di Brisbane nella quale è nata, le è stato
dedicato un parco. Attualmente risiede a Boca Raton ed è spesso
dedita ad importanti attività benefiche, oltre che ad un bel lavoro
come commentatrice televisiva e radiofonica.
venerdì 29 novembre 2013
CHI SI RICORDA DI....JIMMY BROWN?
Ricordiamo una vecchia intervista rilasciata da Bjorn Borg a Match Ball alla fine del 1982, nella quale l'Orso annunciava il suo prossimo ritorno al tennis e si dichiarava pronto a riprendere lo scettro di primo giocatore del mondo. Tra le varie cose interessanti riportate in quella intervista, curata dall'ex grande campione Martin Mulligan, Borg indicava i tre campioni del futuro: Mats Wilander, Jimmy Arias e Jimmy Brown. Se i nomi di Wilander e in minor misura di Arias, sono piuttosto noti, meno lo è quello dell'americano Brown.
Classe 1965, dopo una buona carriera a livello giovanile, divenne professionista nel 1981 ad appena 16 anni: era un regolarista molto a suo agio sulla terra, ma anche abbastanza adatto alle superfici rapide. Nel 1982 lo ricordiamo abbastanza attivo anche nei tornei in Europa: in particolar modo ottenne i suoi migliori risultati nel nostro Paese, raggiungendo le semifinali nei Grand Prix di Venezia e Palermo. Il 1983 fu la sua annata migliore, che gli permise di conquistare il suo best ranking di n°42: fu ancora in Italia che Brown si segnalò, vincendo il torneo challenger del Parioli di Roma in finale su Corrado Barazzutti e perdendo con l'argentino Roberto Arguello la finale del Grand Prix di Venezia. In quell'anno lo ricordiamo anche semifinalista all'indoor di Tolosa e nei quarti di finale degli importanti tornei americani su terra verde di Boston, North Conway ed Indianapolis, oltre che in quello di Palermo. Il calo nel ranking mondiale iniziò però già nell'anno seguente, quando conquistò ancora una finale ATP in Italia, a Firenze, perdendola con Francesco Cancellotti e la semifinale a Bordeaux, ma perse tanti match, scivolando indietro nella graduatoria mondiale. Ultimo anno di un certo spessore fu il 1985, quando perse ancora una finale, a Bordeaux contro Diego Perez, raggiungendo le semifinali a Buenos Aires ed i quarti a Cincinnati. Pochi risultati di rilievo negli anni seguenti, quando stazionò fra il 150esimo ed il 200esimo posto nel ranking mondiale: ricordiamo i 3 successi nel challenger americano di Raleigh (1986, 1987 e 1989) e la quarta ed ultima finale ATP persa nel 1989 a Guaruja, contro l'idolo di casa Luiz Mattar.
Si ritirò nel 1992, ad appena 27 anni, nonostante apparisse già un veterano. In carriera conta vittorie su avversari come Vilas, Clerc, Cash, Mecir, Teltscher, Higueras, Gilbert, Jaite, Dibbs, Fibak, Kriek, Pecci, Krickstein, Pernfors ed anche un giovanissimo Boris Becker. Attualmente svolge il ruolo di coach in Texas, presso il John Newcombe Tennis Ranch.
Classe 1965, dopo una buona carriera a livello giovanile, divenne professionista nel 1981 ad appena 16 anni: era un regolarista molto a suo agio sulla terra, ma anche abbastanza adatto alle superfici rapide. Nel 1982 lo ricordiamo abbastanza attivo anche nei tornei in Europa: in particolar modo ottenne i suoi migliori risultati nel nostro Paese, raggiungendo le semifinali nei Grand Prix di Venezia e Palermo. Il 1983 fu la sua annata migliore, che gli permise di conquistare il suo best ranking di n°42: fu ancora in Italia che Brown si segnalò, vincendo il torneo challenger del Parioli di Roma in finale su Corrado Barazzutti e perdendo con l'argentino Roberto Arguello la finale del Grand Prix di Venezia. In quell'anno lo ricordiamo anche semifinalista all'indoor di Tolosa e nei quarti di finale degli importanti tornei americani su terra verde di Boston, North Conway ed Indianapolis, oltre che in quello di Palermo. Il calo nel ranking mondiale iniziò però già nell'anno seguente, quando conquistò ancora una finale ATP in Italia, a Firenze, perdendola con Francesco Cancellotti e la semifinale a Bordeaux, ma perse tanti match, scivolando indietro nella graduatoria mondiale. Ultimo anno di un certo spessore fu il 1985, quando perse ancora una finale, a Bordeaux contro Diego Perez, raggiungendo le semifinali a Buenos Aires ed i quarti a Cincinnati. Pochi risultati di rilievo negli anni seguenti, quando stazionò fra il 150esimo ed il 200esimo posto nel ranking mondiale: ricordiamo i 3 successi nel challenger americano di Raleigh (1986, 1987 e 1989) e la quarta ed ultima finale ATP persa nel 1989 a Guaruja, contro l'idolo di casa Luiz Mattar.
Si ritirò nel 1992, ad appena 27 anni, nonostante apparisse già un veterano. In carriera conta vittorie su avversari come Vilas, Clerc, Cash, Mecir, Teltscher, Higueras, Gilbert, Jaite, Dibbs, Fibak, Kriek, Pecci, Krickstein, Pernfors ed anche un giovanissimo Boris Becker. Attualmente svolge il ruolo di coach in Texas, presso il John Newcombe Tennis Ranch.
CHI SI RICORDA DI....JOHN SADRI?
Abbiamo
recentemente letto, per puro caso, la storia dell'ex-giocatore
americano John Sadri, che dall'inizio dell'anno sta lottando contro
il cancro: nella “terapia” da lui seguita è prevista la
possibilità di dedicarsi con assiduità al suo grande amore, il
tennis, insegnando ai ragazzi di un piccolo club di Charlotte, sua
città natale.
John Sadri, classe 1956, fu un eccellente giocatore
nel corso degli anni '80. Come molti suoi connazionali, la sua
formazione tennistica avvenne in ambito universitario: di lui si
ricorda in particolare la finale raggiunta nei prestigiosi Campionati
Universitari americani NCAA del 1978, nella quale perse addirittura
contro John McEnroe! Si trattò di un incontro straordinario,
ricordato in molti annali del tennis. In quell'occasione Sadri mise
alla frusta il già conosciutissimo SuperMac, perdendo di un soffio
un match nel quale servì ben 24 aces e non perse mai il servizio: 76
76 57 76 fu il risultato finale. Dopo aver terminato gli studi, Sadri
divenne professionista: già nel 1978 vinse il suo primo challenger,
a Lincoln (in finale su un giovane Kevin Curren), ma fu solo nel 1979
che entrò a tempo pieno nel circuito ATP, vincendo il challenger di
Raleigh, raggiungendo le semifinali al Tokyo Open e soprattutto al
prestigioso Tokyo Seiko. Ma il “botto” arrivò a dicembre, quando
giunse a sorpresa in finale agli Australian Open (allora disertati da
molti big), perdendo con Guillermo Vilas.
Il suo eccellente servizio
ed il suo brillante serve & volley gli permisero nel 1980 di
vincere il suo primo titolo ATP sull'erba di Auckland, contro Tim
Wilkison, ed arrivare in semifinale nell'importante torneo di
Philadelphia, dove batté alcuni top player. Quell'anno arrivò anche
in semifinale a Newport e nuovamente al Tokyo Seiko, ottenendo molti
piazzamenti nei quarti e così conquistando il suo best ranking di
n°14. Nel 1981 fu, fra l'altro, finalista a Denver (sconfitto da
Gene Mayer) e semifinalista al Queen's e nel 1982 vinse proprio a
Denver (su Gomez) ed andò in finale al ricco WCT di Mexico City,
perdendo con Smid. Ebbe un forte calo nel 1983 (lo ricordiamo in
semifinale a Ferrara, sconfitto dal futuro campione Hogstedt....la
foto è scattata in questa occasione), quando uscì dai primi 100. Ma
tornò rapidamente fra i Top 30: nel 1984 vanno menzionati la
vittoria nel challenger di Montreal, le semifinali ad Honolulu,
Newport e Treviso e soprattutto i quarti di finale di Wimbledon,
sconfitto da John McEnroe. Ancora nei Top 50 nel 1985, che lo vide
spesso ottimo piazzato, oltre che protagonista dell'ultima finale ATP
della carriera, persa sull'erba di Newport contro Vijay Amritraj. Si
ritirò nella seconda metà del 1987, quando ancora era a ridosso dei
primi 100 giocatori del mondo.
Nella sua carriera ha battuto tanti
big: Lendl, Smith, Clerc, Kriek, Gomez, Gene e Sandy Mayer, Tanner,
Noah, Higueras, Solomon, Kodes...Oggi però sta combattendo il match
più importante della sua vita: Good Luck John! Con tutto il cuore..
CHI SI RICORDA DI....PETER LUNDGREN?
Peter
Lundgren è noto soprattutto per essere stato il coach col quale
Roger Federer ha vinto il suo primo torneo del Grande Slam (Wimbledon
2003); in seguito lo ricordiamo come coach di altri giocatori di buon
livello come Wawrinka e Baghdatis. Oggi però vogliamo parlare di lui
per la sua attività come giocatore professionista, svolta a cavallo
fra gli anni '80 e '90, durante la quale fu capace di ottenere, in
alcuni momenti, dei risultati sorprendenti. La peculiarità della
carriera di Lundgren è certamente costituita dalla sua notevole
discontinuità, che lo portava ad alternare risultati a dir poco
clamorosi a dei periodi caratterizzati da una incredibile carenza di
risultati.
Classe 1965, si segnalò per la prima volta nel 1985,
entrando direttamente fra i primi 30 giocatori del mondo, grazie ad
alcuni ottimi risultati ed al suo primo titolo ATP, quello
conquistato a Colonia (in finale sull'indiano Krishnan); in
quell'anno conquistò, tra l'altro, anche i challenger di
Thessaloniki e Bergen. Annata abbastanza modesta fu invece quella del
1986, nella quale ricordiamo soltanto una semifinale al torneo di Los
Angeles ed un notevole calo nel ranking mondiale. Il suo anno
migliore fu però il 1987: dopo un inizio di stagione in sordina,
Lundgren venne fuori nel corso dell'estate americana, vincendo il
torneo di Rye Brook in finale sul' americano John Ross e soprattutto
ottenendo il più importante successo della carriera al prestigioso
torneo indoor di San Francisco, nel quale superò in semifinale il
numero uno del mondo Ivan Lendl ed in finale l'americano Jim Pugh; in
quella stessa stagione mertiano una menzione anche le semifinali a
Tel Aviv ed i quarti negli importanti tornei di Toronto, Cincinnati,
Stoccolma e Scottsdale, oltre che diverse vittorie su giocatori di
primissimo livello ed il best ranking di n°25. Il 1988 fu un'annata
invece a dir poco negativa che lo vide scivolare indietro nel ranking
mondiale, fino a quasi ad uscire dei primi 100 giocatori del mondo,
in seguito ad una serie negativa di risultati quasi incredibile; si
riscattò però alla fine dell'anno, conquistando contro ogni
pronostico la finale nell'importante torneo casalingo di Stoccolma,
nel quale batté, fra gli altri, Mecir, Gustafsson e Courier, prima
di cedere in finale a Boris Becker. Recuperato un ranking mondiale
accettabile, riprese però anche la sua incostanza di rendimento: nel
1989 fu particolarmente efficace sull'erba, dove conquistò la finale
al torneo di Newport (persa contro Pugh) ed il quarto turno a
Wimbledon, suo miglior risultato in un torneo dello Slam, dove perse
da Lendl.
La sua carriera scivolò poi maniera abbastanza anonima
sino al precoce ritiro avvenuto nel 1995, salvo un episodio, come
sempre sporadico, avvenuto nel 1990, quando in maniera del tutto
inattesa raggiunse la finale al torneo di Indianapolis, dopo aver
superato tra gli altri anche Andre Agassi, prima di venire fermato in
finale ancora da Becker. In carriera vanta vittorie su molti big, fra
cui Lendl, Agassi, Sampras, Wilander, Cash, Courier, Chang, Forget,
Curren, Krickstein, Mancini, Chesnokov, Pernfors, Mecir, Jarryd e
Jaite.
CHI SI RICORDA DI....LIBOR PIMEK?
Oggi
ricordiamo un altro tennista che ebbe un ottimo momento nel corso
degli anni ‘80, raggiungendo un best ranking di tutto rispetto, sia
in singolare (n°21) che in doppio (n°15). Il cecoslovacco (poi
belga) Libor Pimek, classe 1963, era dotato di un fisico piuttosto
imponente (1.96 metri la sua altezza) e di un ottimo servizio: queste
caratteristiche, unite a due solidi fondamentali e ad un discreto
gioco di volo, gli permisero di ottenere dei buoni risultati sul
circuito. Nella parte finale della sua carriera, in seguito al
matrimonio, acquisì la nazionalità belga: per questo motivo giocò
la Coppa Davis sotto due bandiere diverse.
Libor iniziò a segnalarsi
vincendo nel 1982, proprio in Belgio, il challenger di Ostenda, e nel
1983 con una serie di buoni risultati nei vari tornei (tra l’altro
semifinali a Lisbona e Gstaad e quarti a Barcellona e Ferrara) si
avvicinò ai primi 50 del mondo. Importanti conferme anche nel 1984,
quando Pimek entrò meritatamente fra i Top 30 grazie ad alcune
vittorie su avversari di prestigio e soprattutto al suo primo ed
unico titolo ATP, quello vinto a Monaco di Baviera (in finale su Gene
Mayer); da segnalare anche le semifinali a Indianapolis, Columbus e
Ginevra ed i quarti a Bari ed Amburgo. Altra buona stagione è quella
del 1985, iniziata con il raggiungimento del best ranking di n°21 ed
il consolidamento della sua posizione fra i primi 30 del mondo,
grazie anche ad ottimi risultati ottenuti sulle superfici rapide,
prima di un leggero calo a metà stagione: menzioniamo la finale di
Vienna (persa con Gunnarsson), le semifinali di La Quinta e Basilea
ed anche i quarti a Montecarlo e Boston. Il 1986 fu l’ultima
stagione di rilievo, che vide Pimek fra i primi 50: ricordiamo le
semifinali a Wembley e St.Vincent ed i quarti a Roma. Il 1987 si
registrò ancora la sua presenza fra i primi 100, nonostante pochi
risultati di rilievo.
Dal 1988 ebbe inizio un’altra carriera: i
risultati come singolarista iniziarono ad essere sempre più
deludenti (uscì dai primi 200) e Pimek si trasformò di fatto in
doppista, abbandonando progressivamente il singolare. Giocò sino al
1999, conquistando un totale di 17 titoli con differenti compagni.
Ricordiamo in carriera vittorie su avversari quali: Orantes, Vilas,
Mecir, Muster, Jaite, Krickstein, Jarryd, Scanlon, Teltscher, Fibak e
Higueras.
CHI SI RICORDA DI.....LAWSON DUNCAN?
Giocatore
americano classe 1964, specialista della terra, Lawson Duncan fu
attivissimo anche nel nostro Paese, dove disputò tantissimi match.
Ebbe il suo anno migliore nel 1985, quando fu capace di arrivare sino
al 47° posto nel ranking mondiale e di raggiungere tre finali ATP
nel giro di un mese (a Bari, Marbella e Madrid, perdendo
rispettivamente da Claudio Panatta, Horacio De La Pena e Andreas
Maurer) e conquistare i quarti al Torneo dei Campioni di Forest
Hills, dove batté Kriek (ed il nostro amico Guillermo Rivas) prima
di cedere a Lendl. Nel 1987 vinse i challenger di Agadir e Casablanca
(sul nostro Massimiliano Narducci) e nel 1988 lo ricordiamo vincitore
al challenger finlandese di Hanko, semifinalista a Charleston,
Firenze e Bari, ma soprattutto finalista nel prestigioso torneo di
Boston, dove perse da Thomas Muster. Ancora una finale nel 1989, a
Charleston, sconfitto da Jay Berger ed ancora buoni risultati in
Italia (semifinali a Firenze e San Marino), oltre al miglior
risultato in un torneo dello Slam, il quarto turno raggiunto al
Roland Garros, sconfitto da Mats Wilander. Sesta ed ultima finale
persa è quella di Firenze nel 1990, quando dopo un buon torneo
cedette allo svedese Magnus Larsson, uscito dalle qualificazioni.
Rendimento in calo negli anni seguenti e precoce ritiro, anche a
causa di alcuni seri problemi al ginocchio. In carriera vanta
vittorie su Vilas, Ivanisevic, Gildemeister, Novacek, Berger,
Tulasne, Kriek, Mancini, Krickstein, Peres-Roldan, oltre che su tutti
i i migliori italiani dell'epoca (Canè, Cancellotti, Camporese e
Claudio Panatta).
CHI SI RICORDA DI.....RODNEY HARMON?
Giocatore
americano di colore, classe 1961, di tipica estrazione universitaria
(vinse il titolo di doppio NCAA nel 1980, in coppia con Mel Purcell),
Rodney Harmon ebbe una carriera brevissima. Diventato professionista
nel 1983, dopo aver giocato con profitto a livello universitario, si
impegnò per alcuni anni nel circuito ATP, ottenendo buoni risultati,
arrivando ad un best ranking di n°56 e spesso divertendo il pubblico
col suo tennis atletico e spettacolare. Dopo essersi segnalato con la
semifinale di Cleveland nel 1981, conquistò la “perla” della sua
carriera raggiungendo sorprendentemente i quarti di finale agli US
Open del 1982, come amateur: in quell'occasione sconfisse, uno dopo
l'altro, il tedesco Rolf Gehring, lo svedese Henrik Sundsrom e gli
americani Scott Davis ed Elliot Teltscher, prima di cedere di fronte
al futuro campione Jimmy Connors. Da segnalare in quell'anno anche i
quarti a Washington (dove batté Raul Ramirez) e Stowe. Negli anni
seguenti il suo rendimento fu discreto: segnaliamo la vittoria su
Vilas a Cincinnati 1984 e, sempre nello stesso anno, la semifinale
raggiunta sull'erba del Queen's, dove perse dal connazionale Leif
Shiras. In quell'anno vinse inoltre una maratona a Wimbledon con
Emilio Sanchez, prima di cedere all'ingiocabile John McEnroe. Lasciò
il tennis molto presto, alla fine del 1985: attualmente svolge
l'incarico di Head Coach tennistico del team femminile
dell'Università della Georgia. Da ricordare il fatto che Harmon fu
preferito a John McEnroe nel ruolo di coach del team americano
maschile di tennis alle Olimpiadi di Pechino del 2008.
[La
foto è tratta dal numero del Tennis Italiano che racconta l'edizione
1982 degli US Open.].
giovedì 28 novembre 2013
LEGGENDE DEL TENNIS : EVONNE GOOLAGONG
Evonne
Fay Goolagong, elegantissima aborigena australiana è una delle
leggende del tennis femminile. Nata a Griffith, nel New South Wales,
il 31 luglio del 1951, ebbe un'infanzia piuttosto povera, figlia di
un tosatore di pecore itinerante e con ben sette fra fratelli e
sorelle. Come racconta Bud Collins, crebbe in un ambiente
prevalentemente rurale, nella piccola cittadina di Barellan, dove fu
spinta al tennis da un tale Bill Kurtzman, concittadino amante di
quello sport, del tutto sconosciuto alla sua famiglia. Agile,
rapidissima, dotata di fulminei riflessi e grande temperamento,
Evonne fu immediatamente notata da Vic Edwards, proprietario di una
scuola di tennis a Sydney, che convinse la sua famiglia a darle il
permesso di trasferirsi a casa sua, nella metropoli australiana, in
modo tale da poter essere adeguatamente seguita ed allenata.
Il resto
è storia: nel 1971 vinse il suo primo titolo Slam, al Roland Garros
(in finale sulla Gourlay), bissato poco dopo dal primo fantastico
titolo a Wimbledon, vinto superando in finale la leggenda della sua
infanzia, la mitica Margaret Court, detentrice del Grande Slam.
Amatissima a Wimbledon, per la sua grazia ed eleganza in campo e
fuori, giocò e perse altre tre finali (1972 e 1975 con Billie Jean
King e 1976 con Chris Evert). Da menzionare anche i quattro titoli
consecutivi conquistati agli Australian Open, dal 1974 al 1977.
Ma
l'impresa forse più clamorosa fu quella compiuta a Wimbledon nel
1980: dopo il matrimonio con l'inglese Roger Cawley, dal quale ebbe
nel frattempo le prime due figlie, riuscì a diventare la prima mamma
campionessa di Wimbledon, dai tempi di Dorothea Douglass Chambers
(vincitrice nel 1914). Quell'anno Evonne vinse un solo torneo, ma
scelse il più prestigioso: e lo fece battendo le due giovani
rampanti Hana Mandlikova e Tracy Austin e, in finale, Chris Evert.
Poco fortunato invece il record registrato agli US Open, dove è
stata l'unica donna capace di perdere ben quattro finali consecutive
(dal 1973 al 1976, contro Court, King e due volte con la Evert).
Giocò un po' scartamento ridotto anche nei primi anni '80, lasciando
il tennis nel 1983, con 7 titoli Slam in singolare (e 11 finali
perse), 6 in doppio (5 in Australia ed uno a Wimbledon, nel 1974 con
l'americana Peggy Michel) ed uno in doppio misto (a Parigi, nel 1972,
con Kim Warwick). In totale nel suo palmares circa una settantina di
titoli in singolari, compresi anche i due Masters vinti nel 1974 e
1976, sempre in finale con la Evert.
Concludiamo
ricordando un aneddoto da noi citato alcuni mesi fa: nel 2007 la WTA
le consegnò un premio speciale (possiamo vederlo nel collage di
foto), per porre rimedio ad un errore compiuto nel 1976 e le venne
retroattivamente riconosciuto il primo posto mondiale per due
settimane con 21 anni di ritardo!!
LEGGENDE DEL TENNIS : VITAS GERULAITIS
Alcuni
campioni sono rimasti e rimarranno impressi nella memoria collettiva
per le loro tante vittorie, mentre altri, pur avendo vinto molto
meno, restano nel cuore degli “aficionados” per il loro modo di
interpretare il tennis e per essere dei personaggi assolutamente ed
innegabilmente diversi. E' il caso ad esempio di Adriano Panatta che,
a ben guardare, non ha vinto poi tanto in rapporto ai grandissimi, ma
che tutti noi ricordiamo come fuoriclasse assoluto, per il suo modo
di giocare e in generale per il suo approccio al tennis ed alla vita.
Come lui anche Vitas Gerulaitis, campione e personaggio semplicemente
indimenticabile, in campo e fuori, e protagonista assoluto di un
tennis che ormai non esiste più. Ai suoi tempi era un po' il “primo
dei secondi”, sovrastato dallo strapotere di Borg, McEnroe e
Connors, ma gestiva questo suo ruolo in modo esemplare. Molte le
chiacchiere sul suo conto, qualcuna fondata, la maggior parte no:
Gerulaitis era un professionista al 100%, in caso contrario non
avrebbe mai ottenuto i risultati che hanno impreziosito la sua
meravigliosa carriera.
Nato a Brooklyn nel 1954, Vitas era figlio di
due emigranti lituani, Vitas senior e Aldona: il padre negli anni
'30/40 fu un buon giocatore, considerato il n°1 del suo Paese e
campione nazionale nel 1938. Si riciclò come maestro di tennis a New
York, puntando le sue carte sui due figli, Vitas e Ruta. I primi anni
americani dei Gerulaitis furono duri. Vitas senior, interrogato,
sulla spiccata “propensione alla spesa” del figlio, diceva
“ricordo i primi anni della nostra vita in America come una
punizione; per questo oggi non posso biasimare mio figlio se compera
tutto quello che vuole: ha tutti i soldi e mille ragioni per farlo!”.
Se Ruta, di un anno più giovane, ebbe una carriera non
straordinaria, raggiungendo una finale WTA in doppio e qualche
discreto piazzamento in singolare (anche un quarto di finale al
Roland Garros nel '79), arrivando come massimo intorno al n°30 del
ranking mondiale, con Vitas la storia fu diversa. Formatosi alla
scuola del grande “guru” australiano Harry Hopman, ebbe una buona
carriera giovanile (lo ricordiamo perdere due finali consecutive
all'Orange Bowl, nel 1971 e 1972, contro Barazzutti e Borg), il suo
tennis classico e completo, la sua straordinaria agilità, lo
portarono a livelli di assoluta eccellenza. Vinse un solo titolo
Slam, quello degli Australian Open del 1977 (in finale su John
Lloyd), ma andò in finale sia al Roland Garros (1980, sconfitto da
Borg), che agli US Open (1979, superato da McEnroe). Indimenticabile
anche la semifinale persa a Wimbledon nel 1977 contro Bjorn Borg, al
quinto set, in quello che viene ricordato come uno dei più begli
incontri nella storia del tennis. Proprio Borg fu l'autentica
“ossessione” di Vitas: i due, legati da un'amicizia fraterna, si
affrontarono ben 17 volte, proprio a partire da quella finale
dell'Orange Bowl del 1972, ma Vitas non riuscì mai a spuntarla. Fu
Bjorn l'unico fuoriclasse che non riuscì mai a sconfiggere. Nella
sua splendida carriera, che lo portò sino al terzo posto del ranking
mondiale, ricordiamo 25 titoli ATP su un totale di 54 finali
(compreso l'Open d'Australia già menzionato), fra cui due successi a
Roma nel 1977 e nel 1979. Pur non essendo uno specialista del doppio,
come tutti i suoi contemporanei si disimpegnò egregiamente pure in
questa disciplina, togliendosi anche la soddisfazione di vincere un
titolo a Wimbledon nel 1975, in coppia con Sandy Mayer. Giocò ad
alti livelli anche in Coppa Davis, chiudendo con un saldo di 11
vittorie e 3 sconfitte: lo ricordiamo protagonista dell'edizione del
1979 quando, con McEnroe, Lutz e Smith, formò uno squadrone
imbattibile, che piegò gli azzurri nella finale a senso unico di San
Francisco. Vinse il suo ultimo torneo proprio in Italia, all'indoor
di Treviso nel 1984, regalando gli ultimi sprazzi di un tennis
sublime. Decise di ritirarsi all'inizio del 1986, ormai stanco e
privo di stimoli. Ma il destino gli regalò pochi scampoli di vita:
il 18 settembre del 1994, a 40 anni appena compiuti, una stufa
difettosa lo portò via da questo mondo. A portare la sua bara
c'erano ancora loro, i suoi amici di sempre: Bjorn, John e Jimbo.
VECCHIE STORIE : LA COPPA DAVIS 1980
Il doppio successo in Coppa Davis della Repubblica Ceca (2012-2013), ci ha fato ricordare che, quando ancora si chiamava
Cecoslovacchia (ed era unita, appunto, alla Slovacchia), mise in
bacheca già una volta l'ambita insalatiera d'argento. Era il 1980 e
si giocava l'ultima edizione divisa in tabelloni “zonali” che poi
andavano a confluire verso altri “interzone”, che conducevano,
per concludere, direttamente alla finale. Dall'anno dopo, anche in
seguito a quanto accaduto in quella finale, si passò all'attuale
formula ad eliminazione diretta, con tabelloni “zonali” nelle
serie inferiori.
Quell'anno la Cecoslovacchia, che schierava il
ventenne Ivan Lendl, Tomas Smid, Pavel Slozil e, come riserva di
lusso, il vecchio leone Jan Kodes, iniziò sconfiggendo facilmente
la Francia a Praga (5-0), per poi liquidare, con altrettanta
facilità, la Romania, priva di Nastase, a Bucarest. Il capolavoro fu
però compiuto nella semifinale contro l'Argentina a Buenos Aires
(stessa sede nella quale i sudamericani avevano superato i campioni
carica degli U.S.A. di John McEnroe): in questo match scoppiarono
apertamente le polemiche fra i due campionissimi argentini, Guillermo
Vilas e Josè Luis Clerc, ed Ivan Lendl fece il fenomeno,
sconfiggendo Vilas, trascinando Smid ad un successo in doppio contro
i “nemici” Vilas-Clerc e quindi chiudendo i giochi contro Clerc
nella giornata finale.
Nell'atto finale il destino gli offrì la
squadra italiana, alla quarta finale in 5 anni, brillantemente
approdata a quella finale, soprattutto grazie ad un grande match
vinto al Foro Italico con l'Australia di McNamara e McNamee. Il match
di Praga, giocato sul veloce, è ricordato soprattutto per i
clamorosi furti arbitrali subiti dal nostro team, abilmente
orchestrati dall'ineffabile giudice sedia locale (e infatti dall'anno
seguente si optò sempre per un giudice di sedia “neutrale”)
Antonin Bubenik, un ingegnere informatico, diventato il triste
simbolo di quella finale. In un susseguirsi di errori, interruzioni
(molti ricorderanno alcuni nostri tifosi “sequestrati” dalla polizia
locale, un nostro connazionale fermato e malmenato, l'intervento
dell'allora presidente FIT Paolo Galgani che fece interrompere il
gioco sino alla liberazione dell'ostaggio...) polemiche, Smid rimontò
due set ad Adriano Panatta, Lendl sconfisse facilmente Barazzutti,
dopo aver ceduto il primo set. Nel doppio la “sagra del furto”
proseguì in maniera, se possibile, ancora più vergognosa e
Panatta-Bertolucci furono sconfitti in cinque set dal trio
Lendl-Smid-Bubenik. La Cecoslovacchia vinse: forse l'avrebbe fatto
anche senza quegli aiuti, ma lo sport in quei giorni uscì duramente
sconfitto.
PILLOLE DAL PASSATO : ANKE HUBER
Non deve essere stato facile per Anke giocare all'ombra di una connazionale dello spessore di Steffi Graf, negli anni in cui anche Boris Becker e Michael Stich andavano per la maggiore. Eppure anche la Huber si è ritagliata una carriera di tutto rispetto, arrivando sino al quarto posto del ranking mondiale, enza troppi clamori ma con molta caparbietà e continuità. Giocatrice solida, dotata di un potente diritto e di un efficace gioco da fondo, riuscì ad essere competitiva su tutte le superfici, pur preferendo quelle veloci.
Nata
nel 1974, esordì nel circuito WTA nel 1990, giungendo al terzo turno
degli Australian Open (sconfitta da Raffaella Reggi) e raccolse
moltissimi buoni piazzamenti: una finale Slam (in Australia nel 1996,
sconfitta da Monica Seles) ed una semifinale a Parigi nel 1993, oltre
a 12 titoli su 23 finali disputate. Questo il suo palmares:
Schenectady 1990, Filderstadt 1991 (sulla Navratilova), Kitzbuhel
1993, Styria, Fildestatdt e soprattutto Philadephia 1994 (gli ultimi
due in finale sulla Pierce), Lipsia 1995, Hertogenbosch (su erba),
Lipsia e Lussemburgo 1996, Estoril e Sopot 2000. Per lei anche il
successo nella Fed Cup del 1992 (con la Graf) e nella Hopman Cup del
1995 (con Becker). Condizionata da alcuni problemi alla famiglia,
preferì ritirarsi nel 2001, a soli 27 anni, al termine delle WTA
Finals di quell'anno, giocate a Monaco di Baviera. Nota per essere
stato a lungo fidanzata col giocatore ucraino Andrei Medvedev, si è
poi costruita una famiglia con un connazionale, continuando ad
occuparsi di tennis.
(foto: Ron Valle - Tennis Server.com)
PILLOLE DAL PASSATO (ITALIA) : STEFANO PESCOSOLIDO
“Guarda chi ti pesco!”, titolava Match-Ball circa 20 anni fa....Stefano "Pesco" Pescosolido è stato un giocatore che ha forse ottenuto meno di ciò che avrebbe potuto: originario di Arce (vicino a Sora, dove nacque), classe 1971, svolse una buona attività a livello giovanile (vinse anche il Trofeo Bonfiglio nel 1989) e passò in seguito al professionismo, raggiungendo nel 1992 un best ranking di n°42. Cresciuto sulla terra rossa, vinse il suo primo torneo di rilievo al challenger del Parioli di Roma nel 1989 (titolo poi bissato nel 1991), ma ottenne i migliori risultati sulle superfici veloci, sulle quali conquistò i suoi due titoli ATP (Scottsdale 1992 e Tel Aviv 1993, in finale rispettivamente su Brad Gilbert e Amos Mansdorf) ed alcuni altri buoni piazzamenti. A suo agio anche sull'erba, dove giocò alcuni buoni match e vinse il chalnger di Bristol.
Tanti i
match che ricordiamo di un giocatore dotato di un dritto micidiale e
di un ottimo servizio, oltre che di un buon tocco di palla, ma spesso
frenato da qualche limite fisico e caratteriale: in particolare ci
piace pensare a quel match di Coppa Davis a Madrid nel 1994, quando
battè Carlos Costa (rimontando due set di svantaggio) e per due set diede un'autentica lezione di tennis a Sergi Bruguera, all'epoca fra
i più forti giocatori del mondo (forse il più forte sulla terra) e
lasciandogli un solo game. Due i ricordi negativi: il tremendo match
di Maceiò, in Coppa Davis (1992), quando nel quarto set
dell'incontro decisivo con Jaime Oncins fu colto da crampi, probabilmente di origine psicologica, e fu costretto al ritiro, portato
fuori dal campo a braccia. Lo spiacevole incidente avvenuto a Sydney
nel 1992, durante il match contro l'australiano Johan Anderson:
Pescosolido, che in campo aveva un comportamento ineccepibile, quella
volta ebbe un momento di rabbia e scagliò la racchetta per terra, la
quale malauguratamente rimbalzò e finì fuori dal campo, ferendo una
spettatrice ad un occhio. La ragazza iniziò a sanguinare e Pesco,
costernato, uscì immediatamente dal campo per soccorrerla e scusarsi
con lei: fu logicamente squalificato, ma da gentiluomo quale è
sempre stato rivolse le sue ulteriori, sincere, scuse alla ragazza
(che accettò), offrendole un mazzo di fiori.
Se
è vero che ha perso molti match con avversari più che abbordabili,
è altrettanto vero che è eccezionale la serie di vittime illustri
messe insieme dal nostro giocatore: Agassi, McEnroe, Muster, Chang,
Krajicek, Bruguera, Gilbert, Forget, Hewitt, Rosset, A.Costa,
Corretja, Philippoussis, Henman, Emilio Sanchez, Jaite, Tulasne,
Gustafsson, Novak, Chesnokov e Novacek sono alcuni dei campioni
sconfitti da Pesco. Nella seconda metà degli anni '90 la sua
carriera subì una forte flessione e il ranking ne risentì al punto
che dovette giocare prevalentemente dei tornei minori. Ricordiamo di
averlo visto, personalmente, vincere il challenger di Olbia nel 1999
(su Galimberti) ed il future di Oristano, nel 2001 (su un francese,
tale Cadart).
LEGGENDE DEL TENNIS : PANCHO GONZALES
L'americano
Ricardo Alonso Gonzalez, noto come Pancho Gonzales, fu un giocatore
strepitoso, inserito a pieno titolo nel lotto dei più grandi di
tutti i tempi. Nato nel 1928, in un sobborgo di Los Angeles, da una
modesta e numerosa famiglia originaria del Messico (Chihuahua, per
l'esattezza), ebbe un'infanzia ribelle, da monello da strada, sinché
la madre non ebbe la brillante idea di regalargli per Natale una
racchetta da tennis. Aveva
14 anni e la sua storia personale cambiò: iniziò a dedicarsi al
tennis con tutto il suo impegno, senza l'aiuto di alcun maestro. I
risultati scolastici ne risentirono immediatamente provocando la sua
espulsione dalla scuola: fu riammesso solo perché alcuni insegnanti
si accorsero delle sue straordinarie qualità sportive (elemento
fondamentale negli U.S.A.). Allora il tennis californiano, e non
solo, era in mano al coach Perry Jones, mentore di Alex Olmedo e poi
capitano di Coppa Davis, il quale dopo un frettoloso test bocciò
Pancho, giudicandolo abulico e poco combattivo. Fu allora, si
racconta nella sua biografia, che giurò a sé stesso: “diventerò
il più grande giocatore di tennis del mondo”.
Dopo
aver dominato a livello giovanile iniziò a giocare i tornei
“amateur" (per dilettanti) sino all'inizio del 1950,
diventando professionista a soli 22 anni e con appena sei tornei
dello Slam disputati (e 2 vittorie agli U.S. Championships del 1948 e 1949).
Amante del gioco d'azzardo, della vita notturna e delle belle donne, un
personaggio come Pancho non poteva non attrarre il grande Jack
Kramer,
deus ex-machina del tennis professionistico, il quale gli offrì un
contratto, all'epoca sontuoso, di centomila dollari per unirsi alla
sua “troupe” di professionisti: Gonzalez , che ne frattempo aveva
modificato il suo cognome in Gonzales, accettò. Troppo forte in lui
era il richiamo del danaro, per ottenere quel riscatto sociale che,
in fondo, aveva sempre cercato: come noto, i professionisti non
potevano prendere parte ai tornei del Grande Slam, dunque il saldo
dei suoi titoli era destinato a chiudersi, purtroppo, a due soli
successi. Iniziò quindi il 25 ottobre del 1949 la sua sfida
interminabile proprio contro il grandissimo Kramer, che gli inflisse
un pesantissimo, e famosissimo, 96-27.
Ma Pancho non si scoraggiò, non era nella sua indole: come professionista svolse un'attività intensa, cogliendo dei risultati straordinari e memorabili, sfidando tutti i più grandi della storia (oltre a Kramer anche Budge, Olmedo, Sedgman, Trabert, Hoad, Rosewall, Laver etc.) e rimanendo per otto anni n°1 del mondo: vinse inoltre ben 12 titoli dello Slam professionistici, secondo in questa graduatoria al solo Ken Rosewall. Tutto questo nonostante all'inizio degli anni '50 avesse temporaneamente abbandonato il tennis, attratto dalla possibilità di godere pienamente il denaro guadagnato. Nel 1968, con l'avvento dell'era Open, ormai quarantenne, riuscì ancora dire la sua, senza purtroppo poter incrementare il bottino di Slam “tradizionali. Spetta a lui il primato (in tal caso negativo) di primo professionista sconfitto da un dilettante (il forte mancino inglese Mark Cox) in un torneo Open: accadde nello storico torneo di Bournemouth del 1968, ossia il primo evento Open della storia del tennis. Di lui si ricorda l'incredibile match giocato a Wimbledon nel 1969 (a 41 anni suonati), prima dell'avvento del tie-break, nel quale batté Charlie Pasarell, portoricano-americano di 16 anni più giovane, col punteggio di 22-24 1-6 16-14 6-3 11-9, stabilendo un record battuto solo dallo storico Isner-Mahut del 2010.
Detiene
inoltre il record, crediamo insuperabile, di giocatore più anziano
capace di vincere un titolo ATP: accadde nel febbraio del 1972 a Des
Moines, nello Iowa, quando a 43 anni e 10 mesi vinse il torneo
sconfiggendo in finale il francese Georges Goven e rimontando, tanto per
cambiare, uno svantaggio di due set a zero. Scomparve in semi-povertà
nel 1995, assistito dalla moglie Rita Agassi (sorella di Andre), sua
sesta moglie; di lui il grande Bud Collins disse “se dovessi
scegliere un tennista al quale far giocare il match decisivo per
salvare la mia vita, non avrei dubbi: sceglierei Pancho Gonzales”.
LEGGENDE DEL TENNIS : LEW HOAD
Quando
si parla di leggende del tennis si fa, necessariamente, il nome di
questo straordinario giocatore australiano, del quale esistono
purtroppo solo pochi riflessi filmati ed il ricordo di chi, come
Clerici e Tommasi, ha avuto la fortuna di vederlo giocare dal vivo.
Nato a Glebe il 23 novembre del 1934, morì nel 1994, a soli 59 anni,
stroncato dalla leucemia. Considerato il “gemello” di Ken
Rosewall (erano soprannominati “I Gemelli Stregoni”), del quale
era amico e coetaneo, era un tennista che sprigionava una potenza
fino ad allora quasi sconosciuta: era un giocatore d'attacco che
coniugava l'eleganza del gesto ad una solidità fuori dal comune.
Amava la vita e se la godette appieno, forse anche per questo vinse
molto meno di quanto avrebbe potuto.
Inoltre, come per molti suoi
contemporanei è difficile misurare la reale grandezza di Hoad se si
tiene conto dei soli titoli del Grande Slam: come detto molte volte,
l'ottusità dei dirigenti dell'epoca “obbligava” i giocatori che
volevano fare del tennis la propria professione ad essere quasi degli
“esiliati”, costretti a giocare”per denaro” in circuiti
professionistici. Così avvenne per Lew Hoad, il quale nel 1956 fu ad
un passo dal completare il Grande Slam: vinse, giocando alla grande,
gli Open d'Australia, il Roland Garros eWimbledon, prima di essere
fermato, ad un passo dall'immortalità, proprio dall'amico Ken
Rosewall nella finale degli US Open di Forest Hills. Vinse 3 volte la
Coppa Davis (con un bilancio di 21 vittorie e 3 sconfitte) e 8 Slam
di doppio, con Ken ovviamente, fino a quando, dopo il nuovo trionfo
a Wimbledon del 1957 (dominando in finale il connazionale Ashley
Cooper) non cedette al richiamo del professionismo: là diede vita ad
alcune epiche sfide col solito Rosewall e con Pancho Gonzales e
disputò otto finali Slam Pro, perdendone peraltro sette (da Gonzales
e Rosewall) e vincendo solo il Tournament of Champions di Forest
Hills del 1959. I problemi alla schiena che lo tormentarono durante
tutta la carriera di fecero progressivamente più gravi e Hoad fu
costretto a ritirarsi precocemente, senza poter avere la possibilità
di scrivere qualche pagina importante anche nell'Era Open. Si
trasferì a Fuengirola, vicino a Malaga, con la moglie e i tre figli,
creando un Tennis Resort. Ci lasciò troppo presto, per entrare nella
Leggenda del nostro sport.
PILLOLE DAL PASSATO : PETER McNAMARA
Giocatore
piuttosto popolare nel nostro Paese, per le numerose partecipazioni
ai tornei italiani e per un'epica sfida di Coppa Davis giocata al
Foro Italico nel 1980 e vinta dagli azzurri, trascinati da uno
strepitoso Adriano Panatta. I nomi “McNamara-McNamee” sono
diventati quasi un scioglilingua e sono entrati nella storia come una
dei doppi più forti degli ultimi decenni.
In realtà il più forte
dei due era certamente McNamara, classe 1955, dotato di un brillantissimo
gioco d'attacco, ma anche capace di reggere alla grande lo scambio da
fondo campo, cosa che lo rendeva molto competitivo anche sulla terra
rossa. Ebbe una carriera buona ma non eccezionale fino all'inizio
degli anni '80, navigando intorno al 40°/50° posto del ranking ATP
e conquistando due successi, entrambi sulla terra, a Berlino nel 1979
e Bruxelles outdoor nel 1980. A questo punto, improvvisamente, cambiò
marcia ed il suo rendimento crebbe notevolmente: nel 1981 vinse il
grosso torneo di Amburgo, battendo in finale Connors, e l'indoor di
Melbourne, sconfiggendo Gerulaitis, conquistando poi altri ottimi
piazzamenti (tra i quali i quarti a Wimbledon, sconfitto da Bjorn
Borg) che gli permisero di arrivare a ridosso dei primi dieci del
mondo. Nel 1982 i miglioramenti proseguirono e, sebbene non riuscì a
vincere nessuna delle 5 finali disputate (epica fu l'interminabile
finale di Amburgo, persa in 5 tremendi set con Josè Higueras),
McNamara entrò fra i primi 10 del mondo. All'inizio del 1983 Peter
era ormai considerato uno dei giocatori più piacevoli e apprezzati
dal grande pubblico e coronò questo suo stato di grazia giocando in
maniera favolosa al prestigioso torneo indoor di Bruxelles, dove
superò agevolmente tutti gli avversari, prima di sconfiggere in
finale, in tre fantastici set, Ivan Lendl. Con gli applausi e gli
elogi di tutti arrivò anche il best ranking di n°7 del mondo e le
prospettive di un'ulteriore crescita.
Ma il destino non era
evidentemente d'accordo: nel torneo immediatamente successivo, a
Rotterdam, durante il match di primo turno contro il cecoslovacco Jiri
Granat, McNamara si ruppe i legamenti crociati del ginocchio. Il
recupero fu lunghissimo ma la sua carriera finì in pratica quel
giorno: provò a riprendere ma, nonostante la buona volontà, non
riuscì mai neanche lontanamente ad avvicinarsi al bellissimo
giocatore di un tempo.
Nel suo palmares, oltre ai già citati 5
titoli di doppio ed all'ottima partecipazione alla Coppa Davis, vanno
annoverati anche 19 titoli di doppio, per lo più conquistati con
l'amico Paul McNamee (anche un Open d'Australia nel 1979 e
soprattutto i due grandi due successi a Wimbledon, nel 1980 e 1982).
Negli ultimi anni ha partecipato a diversi incontri del Senior Tour e
svolto l'incarico di coach nel circuito ATP: attualmente segue il
promettente bulgaro Grigor Dimitrov.
VECCHIE STORIE : BORG A MILANO (1979)
Questa
foto testimonia un evento molto particolare. E’ il mese di marzo
del 1979: siamo nel pieno degli anni di piombo, meno di un anno dopo
il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro. A Milano si gioca la
seconda edizione della Ramazzotti Cup, torneo indoor tappa del
circuito WCT: il pubblico pregusta una finale fra il n°1 del mondo
Bjorn Borg e John McEnroe, ma qualcosa non va per il verso giusto.
Poco prima dell’inizio del torneo vengono recapitate allo svedese
della minacce di morte (secondo alcuni fu ipotizzato un suo possibile
rapimento), da parte di un gruppo terroristico vicino alle brigate
rosse. Borg decide egualmente di partecipare al torneo, ma
l’organizzazione decide di farlo seguire in ogni suo spostamento da
queste guardie del corpo. Dalla foto traspare tutta la tristezza del
n°1 del mondo che in seguito confesserà come furono proprio
situazioni simili a farlo allontanare dal tennis. Perderà nei quarti
in tre set dall’australiano John Alexander, poi sconfitto in finale
da McEnroe: al termine del match chiederà scusa, ammettendo di non
essere stato molto concentrato, ma negando l’ipotesi di aver perso
volontariamente.
PILLOLE DAL PASSATO : ELIOT TELTSCHER
Il californiano Eliot Teltscher, classe 1959, fu un buon giocatore nel corso degli anni ‘70/80. Come molti suoi connazionali dell’epoca iniziò a farsi notare nell’ambito dell’attività universitaria (giocava per l’università dell’UCLA), per poi passare al tennis professionistico. Grande amico di John McEnroe, si racconta di quando i due, con pochi dollari in tasca, affrontarono da amateurs, la trasferta a Wimbledon, per tentare di superare le qualificazioni: per risparmiare divisero una piccola camera in una modestissima pensione e là maturò una delle più grandi rivelazioni degli ultimi decenni. Era il 1977 e John McEnroe non solo superò le qualificazioni ma arrivò direttamente in semifinale, dove fui fermato solo dall’allora n°1 del mondo Jimmy Connors. Se il mondo aveva scoperto il talento di Mac, per Teltscher (che pure in quel torneo giunse al terzo turno, suo miglior risultato di sempre a Wimbledon) ci volle un po’ più di tempo.
Dopo un discreto esordio nel 1977, iniziò il 1978 vincendo
alcuni challenger ed ottenendo qualche buon piazzamento nei tornei
estivi americani e lo concluse conquistando il suo primo titolo ATP
ad Hong Kong, in finale su Pat DuPre. Da allora la sua carriera fu in
costante ascesa e mise insieme un palmares di tutto rispetto,
conquistando altri nove titoli ATP, su un totale di 24 finali: Atlanta 1979 e 1980, su John Alexander e Terry Moor; Maui 1980 su Tim Wilkison; San Juan e San Francisco 1981,
sut Tim Gullikson e Brian Teacher; Tokyo 1983, su Andres Gomez; Brisbane e Johannesbourg 1984, su Francisco Gonzalez e Vitas Gerulaitis; e Hong Kong 1987, su John Fitzgerald). Nel
1982, grazie ad una notevole costanza di rendimento ed un buon numero
di eccellenti piazzamenti, riuscì ad arrivare sino al sesto posto
del ranking mondiale, all’indomani della finale persa agli
Internazionali d’Italia di Roma contro l’ecuadoriano Andres
Gomez.
Da segnalare anche una finale di doppio persa al Roland Garros
nel 1981 (in coppia con Moor) ed il titolo di doppio misto sempre al
Roland Garros nel 1984 con Barbara Jordan. I suoi migliori risultati
in tornei dello Slam sono i quarti di finale raggiunti in Australia
(1983) ed agli US Open (1980,1981 e 1983) e vanta vittorie su McEnroe
(tre volte), Connors, Lendl, Tanner, Solomon, Gottfried, Gerulaitis,
Nastase, Noah, Clerc, Cash e Wilander. Di lui ricordiamo infine il
match vinto al terzo turno del Roland Garros 1979 contro Adriano
Panatta: il nostro giocatore, che aveva acceso grandi speranze
superando i primi due turni (con Kodes e Gimenez) e giocando splendidamente, contro Eliot
era avanti due a set a zero, quando, secondo le cronache del tempo,
“improvvisamente si spense la luce” e Teltscher riuscì a
rimontare e vincere.
Era un regolarista, a suo agio sia sulla terra
che sulle superfici veloci: aveva anche un carattere piuttosto
vivace, si ricordando alcune clamorose liti, fra cui la più celebre
è quella avvenuta nel 1981 in un match di Parigi perso contro Ilie
Nastase, al termine del quale prese per il bavero il giudice di
sedia, accusandolo di avergli rubato un punto decisivo (vedi una
delle foto del collage). Anche a causa di vari problemi fisici, fu
poi costretto a rallentare l’attività agonistica fino al suo
abbandono, avvenuto a meno di 30 anni. Si dedicò quindi ad attività
di coaching, sia a livello universitario che privatamente per alcuni
giocatori del circuito (tipo Gimelstob e Taylor Dent ma anche, per un
breve periodo, Pete Sampras).
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